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lunedì 16 aprile 2018

Amoris laetitia? I sacramenti ridotti a morale

Su 'Amoris laetitia' si è ormai detto di tutto e il contrario di tutto, tanto che tornare a parlarne sembra stucchevole. Tuttavia è innegabile che lì, specialmente nel capitolo VIII, c’è un nodo irrisolto, la cui portata va ben oltre la questione della possibile ammissione alla comunione eucaristica dei divorziati risposati.
Merita quindi attenzione Amoris laetitia? I sacramenti ridotti a morale (La Fontana di Siloe, 192 pagine, 19,50 euro), libro nel quale Giulio Meiattini, monaco dell’abbazia benedettina Madonna della Scala (Noci) torna a interrogarsi sul documento papale  e lo fa introducendo una questione che, anche per chi non è teologo ma semplice fedele, appare come quella veramente sostanziale.
Scrive dunque Meiattini: «Il  vero nodo problematico, nel capitolo VIII di 'Amoris laetitia', è il seguente: il “metodo” morale del discernimento, basato sul rapporto fra norma e attenuanti soggettive, è del tutto insufficiente a corrispondere alle esigenze di un’etica fondata sul liturgico-sacramentale».
Ciò che l’autore sottolinea è che nel proporre una  nuova disciplina circa i divorziati risposati 'Amoris laetitia'  punta tutto sulla morale, senza minimamente prendere in considerazione l’aspetto sacramentale del matrimonio, che in fin dei conti, da una prospettiva teologica cattolica, dovrebbe essere quello più importante e decisivo. «La morale del discernimento e del “caso per caso”, che l’esortazione pontificia propone, mostra una debolezza originaria: lo sradicamento della morale matrimoniale dal suo naturale terreno liturgico-sacramentale».
 
Proprio perché il capitolo VIII di 'Amoris laetitia' è tutto pensato in modo morale, «senza tener conto della mediazione del sacramento», la prassi sacramentale (cioè se assolvere e ammettere alla comunione) viene affrontata in modo riduttivo e sostanzialmente sbagliato.
 
Meiattini scrive che «gli argomenti teologico-morali sviluppati nel capitolo VIII, pur toccando la vita matrimoniale, non tengono abbastanza conto della teologia del sacramento in questione, anzi la trascurano completamente». In 'Amoris laetitia' si assiste «ad una riduzione morale della forma sacramentale  o, se si preferisce, ad un oblio di fatto della teologia del sacramento, in luogo della quale si installa una teologia della coscienza etica», e questo è il vero punto debole del documento.
 
Di qui due domande irrinunciabili: «AL prende sul serio il principio che tutta la vita della Chiesa trova il suo culmine e la sua origine nell’azione liturgica, principalmente eucaristica? AL applica metodologicamente questa intuizione madre allo specifico della pastorale del matrimonio e dei coniugi, che è una questione di pastorale sacramentale?».
La risposta è purtroppo negativa, perché 'Amoris laetitia' sembra semplicemente ignorare che il matrimonio cristiano è un sacramento della Chiesa e dunque può essere compreso, anche nelle sue inevitabili implicazioni morali e pastorali, solo alla luce della teologia liturgica e sacramentaria.
 
L’autore, con puntigliosità ma anche con il grande sforzo di rendersi il più possibile divulgativo, passa in rassegna i contenuti del documento e il modo in cui è stato presentato da autorevoli esponenti della Chiesa. Inoltre esamina con attenzione l’interpretazione dei vescovi argentini della circoscrizione di Buenos Aires, che il papa stesso ha definito l’autentica interpretazione del testo, tanto da inserirla negli Acta Apostolicae Sedis insieme alla sua lettera di apprezzamento e approvazione. Peccato che il documento dei vescovi argentini sia pieno di inesattezze e imprecisioni, così da introdurre nuove dosi di confusione. Ma il vero problema è che sia l’interpretazione dei vescovi sia la lettera del papa sono contraddittorie perché pretendono di stabilire punti fermi quando, puntando tutto sull’aspetto pastorale e discrezionale della questione, si pongono su un piano per sua natura opinabile. Infatti il «coscienzialismo»  messo al centro dal capitolo VIII, ovvero il primato della coscienza attraverso il discernimento, «è privo di ogni aggancio all’oggettività sacramentale». In altre parole, se si  mette al primo posto il discernimento, per cui non esiste norma generale vincolante ma ogni caso è a sé, non  riconducibile a criteri oggettivi ed ecclesialmente verificabili, finisce che si sanziona il totale distacco tra coscienza e sacramento.
 
All’interno di questa riflessione Meiattini segnala poi il problema del male oggettivo, il quale, anche in mancanza di imputabilità soggettiva, resta comunque tale e nuoce sia spiritualmente sia moralmente, come Giovanni Paolo II dice chiaramente in 'Veritatis splendor'. Stando così le cose, ci si domanda come AL possa affermare il contrario, e cioè che in una situazione si peccato grave si può anche «crescere nella vita di grazia e di carità». Ora, «affermare che pur permanendo in un’unione che Gesù ha definito adulterina, o che contraddice la fedeltà coniugale, si possa vivere e addirittura “crescere” nella grazia di Dio, è un’affermazione quanto meno azzardata. Essa non è pertinente solo all’ambito pastorale e disciplinare, ma in primo luogo alla teologia della giustificazione e della grazia a tutti gli aspetti dottrinali ad essa congiunti. Dove la tradizione permette un simile insegnamento? A quali fonti si può appellare un simile insegnamento?». Senza contare che «restringere tutto a una questione di imputabilità soggettiva riporta a una concezione giuridica della grazia».
 
L’autore non esita a dire che ci troviamo di fronte a un «vizio di fondo» da cui 'Amoris laetitia' non esce perché, così com’è concepita, non può uscirne. «Un incidente stradale causato da un non colpevole malore non fa cambiare le conseguenze nefaste dell’incidente stradale né la natura patologica del malore».
Meiattini ci perdonerà la semplificazione del suo pensiero, ma si può dire che in 'Amoris laetitia' c’è l’etica, non il sacramento, c’è la coscienza, ma non la legge divina, c’è l’antropologia, ma non la teologia, c’è l’uomo, ma non Dio.  Ma «una teologia morale del matrimonio  non può procedere etsi sacramentun non daretur», ovvero come se il sacramento non ci fosse. E «questa è una carenza teologica grave». «Che la colpevolezza e l’imputabilità in generale dipendano anche dalle attenuanti è innegabile, ma questo lo può sapere chiunque, anche senza bisogno della fede, perché si tratta di un criterio prudenziale generalmente condivisibile», ma se parliamo di fede non si può prescindere dal sacramento con tutto ciò che stabilisce e tutto ciò a cui vincola. Non è possibile attribuire alla logica umana del discernimento la responsabilità di dire l’ultima parola sul sacramento. In realtà è vero il contrario: è il sacramento che deve fornire il quadro entro il quale situare e valutare i criteri antropologici, psicologici e situazionali.

In 'Amoris laetitia' insomma c’è una preoccupante riduzione moralistica del sacramento. Una scelta forse non del tutto consapevole, ma non per questo meno grave. E come è possibile arrivare a sostenere (si veda qui anche la critica mossa dal professor Josef Seifert) che può essere Dio stesso a chiedere di vivere una relazione difforme da quella da Lui stabilita e comandata? Eppure Amoris laetitia lo dice, dimostrando fino a che punto si spinge nel mettere le pretese umane al posto della legge divina. Ma lungo questa via è l’intera morale cristiana a essere divelta.
 
Infine, che la dimensione liturgica e sacramentale del matrimonio in 'Amoris laetitia' sia completamente trascurata è dimostrato dal fatto che nel documento la lettura della celebrazione del rito del matrimonio è minimalista. C’è qualche accenno di natura devozionale, ma nient’altro. «Un approccio davvero striminzito!», perché «ancora una volta l’immediatezza morale, l’antropologico, prende il sopravvento sulla lex credendi et vivendi inclusa nella lex orandi».
 
Un libro, quello di Giulio Meiattini, tutto da leggere, così come la sua critica, proposta in appendice e già apparsa nel blog Settimo cielo di Sandro Magister, dei famosi quattro principi («il tempo è superiore allo spazio», «l’unità prevale sul conflitto», «la realtà è più importante dell’idea», «il tutto è superiore alla parte») che Francesco mette al centro di 'Evangelii gaudium' ma che, a un’attenta analisi filosofica, risultano inconsistenti e privi di fondamento, così da costringere l’autore a rilevare che «dai pronunziamenti magisteriali sarebbe da attendersi un linguaggio più sorvegliato e una maggiore lucidità di pensiero».
 
In 'Evangelii gaudium' il papa sostiene che è più importante «avviare processi che occupare spazi». Ora, qualunque cosa si voglia intendere con questa affermazione, si può dire che 'Amoris laetitia' di processi ne ha avviati molti, forse fin troppi, sotto forma di dispute, polemiche, polarizzazioni, interpretazioni spesso opposte. Ma, alla fine, per arrivare a che cosa? «Che si tratti di processi virtuosi – osserva Meiattini – questo finora nessuno può dimostrarlo. Personalmente ritengo che non fossero questi i processi che oggi maggiormente serviva attivare per il bene della famiglia». Purtroppo il vero, urgente processo che la Chiesa avrebbe bisogno di avviare, e cioè «generare alla fede e alla vita cristiana degli autentici credenti attraverso il  battesimo e l’iniziazione cristiana» sembra interessi a ben pochi.
 
Dal blog di Aldo Maria Valli
 

mercoledì 18 settembre 2013

Fides et Ratio

Il 14 settembre l'Enciclica Fides et Ratio del Beato Giovanni Paolo II ha compiuto 15 anni. Essa appare in questo momento buio della storia di attualità e lungimiranza sorprendenti.  L'enciclica Fides et Ratio intende continuare la riflessione iniziata con l'enciclica Veritatis splendor, concentrando "l'attenzione sul tema della verità e sul suo fondamento in rapporto alla fede" (nr 6).
La questione del rapporto tra fede e ragione è certamente vecchia di secoli ed è stata trattata ampiamente dal Concilio Vaticano I; ma è ancora attuale, perché dal 1870 a oggi molte cose in campo teologico e filosofico sono cambiate - in bene e in male -, e perciò il problema del rapporto tra fede e ragione può essere utilmente ripreso, sia per confermare quanto ha affermato il Vaticano I, sia per denunciare la pericolosa deriva della ragione verso lo scetticismo, il relativismo ed il nichilismo. C'è una "crisi di fiducia nella ragione", estremamente pericolosa per la fede e di fronte alla quale perciò la Chiesa non può tacere: non può cioè non sforzarsi di riabilitare la ragione umana, difendendone la capacità di giungere alla verità per la quale essa è fatta. Ecco da cosa scaturisce questa mirabile Enciclica, tanto da far scrivere al Santo Padre : "Si ha spesso l'impressione che nel mondo attuale manchi un fondamento su cui costruire l'esistenza personale e sociale. Ciò dipende dal fatto che chi era chiamato per vocazione a esprimere in forme culturali il frutto della propria speculazione ha distolto lo sguardo dalla verità, preferendo il successo nell'immediato alla fatica di un'indagine paziente su ciò che merita di essere vissuto. La filosofia, che ha la grande responsabilità di formare il pensiero e la cultura attraverso il richiamo perenne alla ricerca del vero, deve recuperare con forza la sua vocazione originaria. "È per questo - aggiunge il Papa - che ho sentito non solo l'esigenza, ma anche il dovere di intervenire su questo tema" (n. 6).
Il Santo Padre ci comunica che esiste un doppio ordine di conoscenza: quello della fede, che si appoggia sulla testimonianza di Dio e si avvale dell'aiuto soprannaturale della grazia, e quello della conoscenza filosofica, che si appoggia sull'esperienza dei sensi e si muove alla luce del solo intelletto; ma la rivelazione di Dio che si compie in Cristo s'inserisce nel tempo e nella storia, cosicché "la storia diventa il luogo in cui possiamo constatare l'agire di Dio a favore dell'umanità" (n. 12); quindi "con la Rivelazione viene offerta all'uomo la verità ultima sulla propria vita e sul destino della storia". Perciò "al di fuori di questa prospettiva il mistero dell'esistenza personale rimane un enigma insolubile" (ivi). Ma la verità offerta dalla Rivelazione divina è "carica di mistero" e, quindi, può essere accettata soltanto con la fede, nella quale l'uomo dà il suo assenso alla testimonianza di Dio che rivela, poiché Dio stesso si fa garante della verità che rivela. È dunque accettando con un atto libero di fede la Rivelazione che l'uomo arriva a comprendere il mistero della sua esistenza. La conoscenza di fede e la conoscenza di ragione, per essere decodificate completamente, richiedono entrambe l'attenzione dell'essere umano e la sua disponibilità ad accogliere il mistero profondo che è vergato nel cuore della creazione, il dono di Dio che è riservato a "quanti credono in lui o lo ricercano con cuore sincero" (n. 15).  Se c'è distinzione tra la conoscenza di fede e la conoscenza di ragione, c'è tuttavia tra queste due conoscenze un legame profondo. Per tale motivo "la ragione e la fede non possono essere separate senza che venga meno per l'uomo la possibilità di conoscere in modo adeguato se stesso, il mondo e Dio" (n. 16). Ma la ragione, e dunque la filosofia, deve riconoscere il suo limite, che è rappresentato dal mistero della Croce: "Il vero punto nodale, che sfida ogni filosofia, è la morte in croce di Gesù Cristo. Qui, infatti, ogni tentativo di ridurre il piano salvifico del Padre a pura logica umana è destinato al fallimento" (n. 23). Perciò "la ragione non può svuotare il mistero di amore che la Croce rappresenta, mentre la Croce può dare alla ragione la risposta ultima che essa cerca.  L'uomo è perennemente alla ricerca della verità, non tanto delle verità parziali quanto della verità totale, cioè del senso della vita, del dolore e della morte. Fede e ragione, incontrandosi, conducono l'uomo alla pienezza della verità.
L'Enciclica mette in luce le distorsioni del pensiero filosofico e le ideologie da esso scaturite nel corso dei secoli, in particolare condanna il fideismo, il tradizionalismo radicale, il razionalismo, l'ontologismo. Giovanni Paolo II conclude la sua enciclica sottolineando "il valore che la filosofia possiede nei confronti dell'intelligenza della fede" (n. 100) ed esortando i teologi a "recuperare [...] la dimensione metafisica della verità" (n. 105), e i responsabili della formazione sacerdotale "perché curino con particolare attenzione la formazione filosofica di chi dovrà annunziare il Vangelo all'uomo di oggi e, più ancora, di chi dovrà dedicarsi alla ricerca e all'insegnamento della teologia" (ivi); rivolge poi un appello ai filosofi "perché abbiano il coraggio di recuperare, sulla scia di una tradizione filosofica perennemente valida, la dimensione di autentica saggezza e verità, anche metafisica, del pensiero filosofico" (n. 106). A tutti infine il Papa chiede di "guardare in profondità all'uomo, che Cristo ha salvato nel mistero del suo amore, e alla sua costante ricerca di verità e di senso" (n. 107). L'ultimo pensiero del Papa è a Maria, Sede della Sapienza: possa ella "essere il porto sicuro per quanti fanno della loro vita la ricerca della saggezza" (n. 108).
 
Liberamente tratto da cultura cattolica

mercoledì 12 giugno 2013

Pio IX, l'ultimo Papa Re

Andrea Tornielli, vaticanista e inviato speciale de “Il Giornale”, dedica il suo interesse di storico alla figura del beato Pio IX, l'ultimo "Papa Re", l'estremo protagonista del potere temporale della Chiesa, che ha finito i suoi giorni “prigioniero” nel Palazzo vaticano, spesso presentato come un ottuso conservatore, incapace di comprendere il corso della storia, chiuso a ogni novità. La sua figura rimane schiacciata sulle vicende risorgimentali che l'hanno visto protagonista. Questa biografia, priva di intenti revisionistici o agiografici, offre oggi la possibilità di conoscere davvero Papa Giovanni Maria dei conti Mastai Ferretti, rileggendone la figura e l'operato alla luce delle più recenti scoperte documentaristiche e interpretazioni storiografiche. Inoltre, permette di comprendere meglio un personaggio e un'epoca di nodale importanza per la nostra storia nazionale. Il volume è arricchito da un’appendice in cui sono riportati integralmente i testi di alcuni dei più importanti documenti del suo magistero.

Nei primi anni, il beato Pio IX governò lo Stato Pontificio con una progressiva apertura alle richieste liberali di una parte della popolazione tanto da essere considerato un "Papa liberale". Il primissimo provvedimento adottato, appena un mese dopo la sua elezione - 16 luglio 1846 –, fu la concessione dell’ amnistia per i reati politici. Tra le grandi riforme attuate si menziona l’istituzione della Consulta di Stato, della Guardia Civica e la libertà di circolazione dei giornali unita ad una moderazione della censura preventiva. In seguito ai moti rivoluzionari, il 14 marzo 1848, il Beato Pio IX, sull’esempio del sovrano del Regno delle Due Sicilie, promulga “Nelle istituzioni”, Costituzione apostolica sullo Statuto dello Stato Pontificio. Con questo testo lo Stato del Papa si avviava decisamente verso la laicizzazione, l’alta e la media borghesia potevano iniziare a prendere parte alla vita politica che in precedenza era prerogativa del Sacro Collegio. Nonostante le riforme, nel 1848 si susseguirono una serie di tentativi di rovesciamento politico che portarono all’uccisione del Conte Pellegrino Rossi, a cui il Papa aveva affidato la guida del governo. La situazione precipita: guidata dai circoli politici, una turba di persone, fra le quali sono presenti anche dei deputati radicali, volontari della Guardia Civica e persino carabinieri pontifici, muove verso il Quirinale per indurre il Papa a laicizzare lo Stato. Il 24 novembre 1848, il Santo Padre, non intendendo avallare con la sua presenza gli atti del nuovo governo, prende la decisione di rifugiarsi prima a Gaeta e successivamente a Portici, ospite di Ferdinando II, Re delle Due Sicilie.
Nel dicembre 1848, il Parlamento romano nomina una giunta per il governo provvisorio. Da Gaeta, il Papa, dichiara illegale e privo di valore ogni atto promulgato dalla giunta la quale indice le elezioni per il 21 gennaio 1849. Con il consenso di circa un terzo degli elettori aventi diritto  - 250.000 votanti su una popolazione di 3.000.000 di persone -  nasce la Repubblica Romana, diretta da un Triumvirato composto da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini, tutti accaniti nemici della Chiesa Romana. Il Santo Padre decide di chiedere un intervento armato per ripristinare la sovranità temporale dello Sato Pontificio. Risponde all’appello la Francia di Luigi Napoleone Bonaparte che invia un contingente di circa 7000 soldati con a capo il Generale Oudinot. Agli inizi di giugno del 1849, le truppe francesi sconfiggono quelle della Repubblica Romana comandate da Giuseppe Garibaldi e riconquistano Roma. Mazzini e Garibaldi lasciano la città, si scioglie la Costituente e su Castel Sant’Angelo viene nuovamente esposta la bandiera pontificia.

Dal Regno delle Due Sicilie, il Beato Pio IX pronuncia l’allocuzione “Quibus quantisque”: un documento che ripercorre la storia dei primi due anni di regno, le concessioni fatte, le lotte che si sono prodotte, in cui è presente un’accorata difesa del potere temporale della Chiesa e un duro rigetto all’accusa di essere affiliato alla massoneria. Con tale allocuzione inizia una nuova fase del regno di Papa Mastai, il quale, soggetto alle pressioni dell’ambiente, portato più a seguire che a reagire ad esse, amareggiato, si persuase che il regime costituzionale, il sistema parlamentare, la libertà di stampa, erano intrinsecamente cattivi. 

Davvero Pio IX aveva idee così vicine al liberalismo da essere definito un “papa giacobino”? La risposta più chiara che contribuisce a demolire il mito del “papa liberale”, era contenuta già nella prima enciclica del nuovo pontefice pubblicata il 9 novembre 1846 intitolata “Qui pluribus”, nella quale vengono condannate tutte le mostruosità che uomini congiunti fra loro in empia unione, avversari della sana dottrina e disdegnosi della verità, divulgano e disseminano presso il popolo con l’intento di rovesciare dalle fondamenta la Religione cattolica e la società civile. Nella stessa enciclica il Papa riafferma la condanna delle sette segrete già pronunciata dai suoi predecessori, la condanna del comunismo e dei libri contenenti insegnamenti contrari alla religione cattolica e ammonisce i vescovi affinchè abbiano particolare attenzione alla cura del clero e che siano misericordiosi con chi sbaglia, seguendo l’esempio evangelico.

Il Santo Padre rientra a Roma il 12 aprile 1850 tra una folla che lo accoglie con gioia. La situazione dello Stato al momento del rientro è penosa. L’amministrazione pontificia inizia una profonda opera di risanamento che porterà al pareggio, in otto anni, un bilancio che nel 1850 presentava un enorme deficit. Dati incontrovertibili dimostrano come la lotta risorgimentale abbia contribuito a falsare la realtà circa le condizioni di vita dei sudditi del pontefice. Il Papa introdusse nelle carceri, molto meno affollati rispetto agli altri stati italiani, le innovazioni umanitarie ispirate alla “teoria dell’emenda” – la finalità della sanzione sia la rieducazione del reo allontanandolo dalla vita criminale – e fece sorgere case di correzione per la riabilitazione dei detenuti. La pressione fiscale non era alta e i meno abbienti erano esentati dal pagamento delle imposte. Si istituì una cattedra di agraria all’università di Roma ed una commissione per l’agricoltura, l’orticoltura e l’allevamento del bestiame. Si elargivano somme premio a quanti piantavano nuovi alberi nel territorio dello Stato. Furono bonificati diversi territori e Roma fu dotata di acqua potabile chiamata “Pia”. Fu promossa l’illuminazione a gas e  ampliate le linee del telegrafo. La sanità era più efficiente di tanti altri stati europei. Si promosse la costruzione di linee ferroviarie che, secondo il Papa, avrebbero avuto un ruolo importante nello sviluppo economico, sociale, culturale e politico delle nazioni. Si studiarono nuovi sistemi di trasporto urbano. Notevoli progressi furono fatti nel settore industriale con il sorgere di fonderie, officine meccaniche, opifici per la filatura dei tessuti, cartiere, raffinerie di zucchero. Il governo del Beato Pio IX fu il primo in Italia ad introdurre i francobolli postali e si adoperò per la tutela e valorizzazione del patrimonio artistico. Quanto descritto, non per idealizzare l’amministrazione dello Stato Pontificio, ma per sfatare la leggenda nera che dipingeva il Papa come un ottuso oppositore della modernità e del progresso.

Il suo pontificato, il più lungo da San Pietro in poi, ha visto una fervida attività missionaria, la proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione – con la Bolla “Ineffabilis Deus” datata 8 dicembre 1854 -, l'apertura del Concilio Vaticano I, la nascita di molti nuovi ordini religiosi e la fondazione di associazioni e istituti culturali tutt'ora vivi.

Il decennio 1850-60 è segnato da un cambio di prospettiva nella battaglia risorgimentale per l’unità d’Italia. Fà il suo ingresso nella scena politica un personaggio chiave quale il primo ministro del governo sabaudo, Camillo Benso Conte di Cavour. Fallito l’esperimento della Repubblica Romana, Il Conte di Cavour vuole unificare l’Italia sotto l’egida della corona sabauda, vuole abbattere il potere temporale del Papa, creare con astuzia una “libera Chiesa in libero Stato”. Viene così sovvertito l’originale pensiero risorgimentale che era federalista verso cui il Beato Pio IX non era assolutamente contrario. Il ministro della Giustizia sabaudo, il Conte Giuseppe Siccardi, prepara una legge approvata dal Re che abolisce il foro ecclesiastico, sopprime il diritto d’asilo, cancella alcune feste religiose, limita la possibilità per la Chiesa di ricevere donazioni, introduce il matrimonio civile. L’Arcivescovo di Torino, Luigi Fransosi, che si oppone alla legge, viene arrestato, processato ed esiliato. Il governo Cavour, presenta alla Camera un nuovo progetto di legge, successivamente approvato, che prevede la soppressione degli ordini religiosi e relativa espropriazione di tutti i beni ecclesiastici. Cavour era convinto che la “lebbra del monacismo” fosse un importante fattore di arretratezza. Il Santo Padre, nell’allocuzione “Singolari quidam”, denuncia le norme che il Piemonte si appresta ad introdurre e con l’allocuzione “Cum saepe” commina la scomunica maggiore a quanti avevano proposto, approvato e sanzionato la legge. Ancora il Papa reagisce con la lettera apostolica “Cum catholica Ecclesia” dove riafferma, per l’ennesima volta, il valore del potere temporale e l’impossibilità per il pontefice di disfarsene. Intanto Pio IX medita la possibilità di costituire un esercito pontificio per la difesa del suo Stato. In risposta all’invito del Papa rispondono molti volontari appartenenti all’aristocrazia francese. Entrano a far parte dell’esercito pontificio anche volontari austriaci, polacchi, olandesi, belgi, italiani, svizzeri e irlandesi. Nel frattempo Giuseppe Garibaldi comanda i “Mille” per invadere il Regno delle Due Sicilie, un’operazione militare finanziata e sorretta dal Regno Sardo, dall’Inghilterra e dalla massoneria internazionale. In breve tempo il Papa, con l’avanzare delle truppe piemontesi, vede ridotto il suo Stato al solo “patrimonio di San Pietro” – Roma, Viterbo, Civitavecchia, Velletri e Frosinone -. Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II diviene re d’Italia. La caduta del potere temporale del Papa, a partire da questo momento, non è più il programma occulto delle società segrete ma quello pubblico e ufficiale del Regno d’Italia appena costituito. Nasce così, come problema internazionale, la “questione romana”.

L’8 dicembre 1864, il Santo Padre pubblica l’enciclica “Quanta cura” con annesso il testo del “Syllabus”, che condanna i “principali errori dell’età nostra che son notati nelle allocuzioni concistoriali, nelle encicliche e in altre lettere apostoliche del SS. Signor Nostro Papa Pio IX”. Tale Pubblicazione scatenerà una valanga di polemiche.
La Chiesa di Pio IX, prossima all’avvicinarsi al crollo definitivo dell’ultimo residuo del vecchio potere temporale del Papa, dà prova di grande vitalità con la convocazione del Concilio Vaticano I in cui, tra le altre cose, viene proclamato il dogma del magistero infallibile del Romano Pontefice nella costituzione apostolica “Pastor aeternus”.
I rapporti con il neonato Regno d’Italia non erano affatto buoni. L’anziano pontefice si sentiva accerchiato, attaccato, vittima di un complotto internazionale che tentava di eliminare non soltanto il potere temporale ma il papato stesso. Il Beato Pio IX non lascia nulla di intentato e, con la mediazione di San Giovanni Bosco, cerca di aprire delle trattative con la corona d’Italia per evitare che la soluzione del contenzioso venisse affidata alle armi. Alla fine, però, si conclude ben poco. Nell’estate del 1866, il governo italiano approva la legge per la soppressione degli enti ecclesiastici e la liquidazione dell’asse ecclesiastico: vengono annullati venticinquemila enti trasferendo tutti i loro beni allo Stato. Alla fine dello stesso anno, le truppe francesi di Napoleone III lasciano Roma restituendola al Papa dopo l’esperienza della Repubblica Romana. La partenza delle truppe francesi lascia il campo libero ai moti rivoluzionari promossi dai liberali presenti nello Sato Pontificio. Garibaldi, con il nulla osta del governo italiano, concentra delle truppe di volontari alle porte dello Stato del Papa. Napoleone III decide di intervenire a sostegno dell’esercito pontificio che, a Mentana, infligge una clamorosa sconfitta alle camicie rosse. Dopo la battaglia di Mentana, l’attenzione della Santa Sede e del Papa è assorbita dal Concilio Vaticano I.

Nel 1870, cambia il fragile equilibrio internazionale. La Francia dichiara guerra alla Prussia. Napoleone III ritira nuovamente le sue truppe da Roma. Il 2 settembre 1870, l’Imperatore francese viene battuto a Sedan e fatto prigioniero e a Parigi viene proclamata la repubblica. Il governo sabaudo torna alla carica per la conquista dello Stato Pontificio che avviene il 20 settembre 1870 attraverso la breccia di Porta Pia. Il Santo Padre, per evitare un inutile spargimento di sangue, qualche giorno prima, aveva dato istruzioni al comandante delle truppe pontificie di opporre una resistenza simbolica: <<…non si dica mai che il Vicario di Gesù Cristo, quantunque ingiustamente assalito, abbia a consentire a qualunque spargimento di sangue. La causa nostra è di Dio, e noi mettiamo tutta nelle sue mani la nostra difesa…..>>. Con l’enciclica “Respicientes ea” del 1° novembre 1870, il Beato Pio IX condanna senza appello l’occupazione di Roma e la spoliazione dello Stato Pontificio e infligge la scomunica a tutti i responsabili della presa della Città Eterna.

Nel 1872 il re Vittorio Emanuele firma la legge che prevede l’espulsione dei religiosi dai loro conventi, la dispersione di circa tredicimila persone tra frati e suore e la confisca di quattrocentosettantasei case religiose. Il 16 giugno 1872, con la lettera apostolica “Costretti nelle”, Pio IX definisce usurpatore il governo italiano che ha soppresso gli Ordini religiosi in Roma, patrimonio della Chiesa universale.

Con il “Non expedit”, il Papa decide di far astenere i cattolici dalla vita politica italiana segno di non voler scendere a patti con il nuovo regime usurpatore. Il popolo cattolico si concentra così nel sociale con la nascita di una rete di opere nell’ambito delle parrocchie.

Il 7 febbraio 1878, il camerlengo di Santa Romana Chiesa, Cardinale Gioacchino Pecci, futuro Papa Leone XIII, annuncia la morte del Santo Padre Pio IX. Poco prima di morire dirà << Il mio successore dovrà ispirarsi al mio attaccamento alla Chiesa e al mio desiderio di fare del bene. Quanto al resto, tutto è cambiato intorno a me, il mio sistema e la mia politica hanno fatto il loro tempo, ma io sono troppo vecchio per cambiare indirizzo: sarà l’opera del mio successore >>.

 

martedì 14 maggio 2013

L'eredità di Benedetto XVI

Benedetto XVI lascia al suo successore Francesco un Magistero che tratta in modo sistematico tutti i grandi temi della vita cristiana, un 'corpus' paragonabile nella storia della Chiesa solo a quello di Leone XIII. Dall'interpretazione del Concilio Ecumenico Vaticano II come "riforma nella continuità" - una lettura che chiede di accettare lealmente le riforme, leggendole però non contro ma alla luce del Magistero precedente - discende anzitutto un'intransigente difesa della libertà religiosa, una nozione che Benedetto XVI fonda e spiega contro ogni relativismo. Alla denuncia della "dittatura del relativismo" corrisponde un grande rilancio della dottrina  sociale della Chiesa intorno ai "principi non negoziabili" - vita, famiglia, libertà di educazione -, a sua volta radicato in un ritorno alla teologia della storia che mostra le tappe di un processo di scristianizzazione dal Rinascimento all'Illuminismo, dalle tragiche ideologie del secolo XX a quelle non meno insidiose dell'era postmoderna.
Come antidoto a questa grande crisi, che lambisce anche il sacerdozio cattolico, Papa Ratzinger propone il ritorno alla fede: e l'Anno della fede ci ricorda che non si tratta di un'emozione, ma di un preciso contenuto di dottrina.
 
Per tanti cattolici italiani è stata quella di Massimo Introvigne la voce che quotidianamente ha presentato e spiegato il Magistero di Benedetto XVI. Con questo libro Introvigne propone una sintesi degli insegnamenti degli ultimi anni di Papa Ratzinger: un'eredità preziosa per il nuovo pontificato che si apre.