Non esistono parole al mondo che non siano state già scritte, all'Alba dei Tempi.......PAROLE SCOLPITE negli anfratti più profondi del cuore della Terra, nelle pieghe più morbide e levigate dell'intero universo, tra le radici della natura o tra i voli di ali celesti. Solo lo scrittore, come saggio e vecchio geografo, le sa cercare, comprendere e disegnare in pagine di eterna memoria......

I miei libri

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venerdì 4 maggio 2018

Il capitale. Una critica cristiana alle ragioni del mercato

Di Marco Respinti
 
Bisogna tornare a rileggere Marx, autore di pagine piene di saggezza. Ovviamente il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e di Frisinga: il cardinale Marx che nel 2008, giocando sul proprio cognome (tra il 2001 e il 2007 è stato pure vescovo di Treviri, la città dove nacque Karl Marx [1818-1883]), pubblicò un volume intitolato Das Kapital. Ein Plädoyer für den Menschen, tradotto in italiano come Il capitale. Una critica cristiana alle ragioni del mercato (Rizzoli, Milano 2009).
 
Oggi il cardinale Marx afferma che senza l’altro Marx, il fondatore del comunismo, non ci sarebbe Dottrina sociale della Chiesa Cattolica, che Marx fu uno dei primi scienziati sociali seri e che il marxismo porta un “correttivo” indispensabile al capitalismo. Stefano Fontana ha mostrato l’inconsistenza di queste affermazioni, ma il primo a esserne convinto è proprio lo stesso cardinale Marx, che in quel suo mirabile libro del 2008 (2009 in italiano) scrive cose ben diverse, se non addirittura opposte.
 
Nel libro, il porporato mette sagacemente per esempio in guardia contro le caricature riduttivistiche (per lo più marxiste o marxisteggianti anche senza saperlo) del capitalismo, quelle che lo presentano come somma di “spietatezze”, invitando a fare ciò che dovrebbe stare alla base di ogni critica intelligente del mercato: leggere gli scritti economici di Adam Smith (1723-1790), che del pensiero capitalista moderno è uno dei padri riconosciuti, in funzione dei suoi scritti morali e non il contrario. Fare infatti il contrario (o non sapere nemmeno che Smith fu anzitutto un filosofo morale, docente all’Università di Glasgow) finisce per ignorarne l’intento di «[...] creare un’economia che soddisfacesse le esigenze di efficienza dei tempi nuovi ma rispondesse nel contempo a un principio etico di responsabilità» (p. 70), producendo una immagine «[...] a prima vista immorale» (p. 71) ma distorta del suo pensiero.
 
Quindi, a proposito di Dottrina sociale della Chiesa, nel libro il cardinal Marx afferma che «[...] per l’intero Medioevo la Chiesa fu l’unica istituzione pubblica sensibile all’assistenza ai poveri e agli ammalati. Accanto alle chiese episcopali e ai conventi furono fondati ospedali e alloggi; interi ordini religiosi si dedicarono alla cura di poveri, orfani, anziani, pellegrini, ammalati e derelitti. La Chiesa non si limitò ad approntare e mantenere queste organizzazioni caritative, ma cercò anche di ottenere un reale miglioramento delle condizioni di vita degli indigenti» (p. 150). Dunque il pensiero cattolico - e la civiltà cattolica - ha avuto nell’affermazione e nella difesa dei «[...] diritti sociali fondamentali [...] un ruolo di precursore. In questo campo il liberalismo, nel corso della storia, arrancò zoppicante alle sue spalle» (pp. 152-153).
 
Quanto a Karl Marx e al marxismo, il cardinale nel libro sottolinea: «Con la Rivoluzione d’ottobre del 1917 su milioni di persone calò una notte che durò decenni. Una simile esperienza non si deve ripetere» (p. 233), aggiungendo che il principio di solidarietà della Dottrina sociale della Chiesa Cattolica è cosa ben diversa dalla «solidarietà di classe» (p. 285) interproletaria marxista. «Per questo non è dipeso da un tragico incidente della storia», scrive, «se nei Paesi del socialismo reale, ovvero nei Paesi comunisti, le condizioni effettive di oppressione politica ed economica hanno dato un significato perverso al concetto di solidarietà: si trattava di uno sviluppo intrinseco all’ideologia marxista» (ibidem). Pertanto, se tornasse «una rinnovata adesione ai falsi ideali di Karl Marx e dei suoi epigoni […] non c’è bisogno di dirlo, questo sarebbe tremendo» (p. 302).
 
Infatti, la giustizia sociale, intesa nel senso moderno e contemporaneo, nasce - spiega il cardinale nel libro - con un gigante del pensiero cattolico anti-socialista e anti-liberale, un vero campione dell’“anti-Risorgimento”, il padre gesuita torinese Luigi Taparelli d’Azeglio (1793-1862), autore almeno del monumentale Saggio teoretico di dritto naturale appoggiato sul fatto, pubblicato a Palermo in cinque volumi tra il 1840 e il 1843, e studiato persino da alcuni conservatori statunitensi, che in Il capitale. Una critica cristiana alle ragioni del mercato il porporato tedesco definisce «[...] il più importante precursore della dottrina sociale della Chiesa» (p. 152). Perché da Taparelli d’Azeglio si origina lo slancio che porta alle grandi encicliche sociali (Papa Leone XIII [1810-1903], sottolinea il cardinale Marx, ebbe, seppure brevemente, Taparelli d’Azeglio come insegnante, cfr. ibidem), al pensiero e nell’azione di un vescovo come il tedesco Wilhelm Emmanuel von Ketteler (1811-1877) - di cui lo stesso cardinale Marx è attento studioso e di cui Karl Marx era fiero avversario - fino al cardinale pure tedesco Joseph Höffner (1906-1987) e alla scuola economica del cosiddetto “ordoliberalismo” - in cui abbondano i cattolici -, nato per difendere l’economia di mercato dalle critiche marxiste, privilegiando l’opzione per i poveri. Una scuola - rileva il cardinale nel libro - che ha influito sul “miracolo” economico tedesco del secondo dopoguerra, che ha influenza il magistero sociale di Papa san Giovanni Paolo II (1920-2005), il quale «[...] fu molto vicino a questa corrente di pensiero» (p. 94), e che significativamente dialogò con «[...] uno dei più importanti pensatori liberali del secolo scorso» (p. 52), Friedrich August von Hayek (1899-1992), Premio Nobel nel 1974 ed emblema tra i più famosi della Scuola austriaca di economia. Hayek, «[...] noto agnostico che tuttavia non ha mai abbandonato la Chiesa» (p. 53), viene sovente e malamente descritto come un estremista del mercato senza regole quando in realtà diceva che «[...] la libertà senza principi morali non ha mai funzionato» (ibidem).
 
Ancora, nel libro il cardinal Marx rifiuta correttamente l’idea secondo cui la Dottrina sociale della Chiesa Cattolica sarebbe una “terza via” fra capitalismo e socialismo, e questo perché - illustra - tutto dipende da come si definisce il capitalismo. Il suo punto di riferimento è qui l’enciclica Centesimus annus, promulgata da san Giovanni Paolo II nel 1991. Quindi - scrive e ripete il porporato in tutto il libro - sul diritto alla proprietà privata, anche dei mezzi di produzione, tra Karl Marx e l’economia di mercato, la Chiesa preferire la seconda, dicendosi egli personalmente, persino in tempi di crisi, «[...] a favore dei mercati aperti, anche in ambito finanziario» (p. 232).
 
Il rilievo principe del cardinale è insomma che la libertà economica non solo non funziona se disgiunta dalla morale, ma senza di essa addirittura non può esistere, e questo è, precipuamente, il contributo che nei secoli la cultura cattolica ha dato al problema. E il punto è così nodale e vero che, cattolici o non cattolici (ma in realtà spesso cattolici o comunque filocattolici), l’inscindibilità fra economia e morale è il fulcro del pensiero dei più adamantini difensori del sistema di libertà del mercato che chiamiamo “capitalismo” (un’espressione che però si dovrebbe abbandonare, vista che nasce in ambito gauchiste e per disprezzo), addirittura fra i teorici del cosiddetto “anarco-capitalismo”: su tutti Murray N. Rothbard (1926-1995), che riscoprì le radici tomiste e prim’ancora francescane del capitalismo, criticando Adam Smith “da destra filo-cattolica”.
 
Un passo significativo nel libro del cardinal Marx spiega bene il concetto: quello in cui descrive la vita nelle fabbriche della Cina neopostcomunista come la situazione peggiore (era il 2008, ma quanto è cambiata?) poiché fusione di marxismo e meccanica di un capitalismo senza morale arruolato in un quadro statalista e collettivista. Gli operai iniziano alle 7,30 del mattino, con «[...] mezz’ora di tempo per mangiare e riposarci», come riferiva una cucitrice, e «[...] il giorno più bello era la domenica, quando dovevamo lavorare solo fino alle ventuno e trenta» giacché gli altri giorni si lavorava «[...] fino alle due o alle tre del mattino» (p. 256). Monsignor Marcelo Sánchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, dice invece che «in questo momento, quelli che realizzano meglio la dottrina sociale della Chiesa sono i cinesi». Forse non ha letto il libro del cardinal Marx, il libro che il cardinal Marx si è scordato di avere scritto.
 
Tratto da QUI

mercoledì 5 luglio 2017

La nuova Chiesa di Karl Rahner

E' stato pubblicato il nuovo libro del Prof. Stefano Fontana dal titolo  “La nuova Chiesa di Karl Rahner. Il teologo che ha insegnato ad arrendersi al mondo”
Per le Edizioni 'Fede & Cultura' -  2017, pp. 109, euro 13,00
 
Ecco una lunga ma ben articolata presentazione da parte di Silvio Brachetta, pubblicata sul sito VitaNuovaTrieste: 
 
Il cardinale Giuseppe Siri aveva riassunto nella «concezione del soprannaturale non-gratuito» il nucleo dell’errore teologico di Karl Rahner. Lo scrive in 'Getsemani', nel 1980, per i tipi della Fraternità della Vergine Maria. In altre parole, per Rahner il soprannaturale è legato «necessariamente» alla natura umana: ma, in questo caso, la grazia non sarebbe più gratuita; non sarebbe più un dono; non potrebbe più essere accettata o rifiutata liberamente dall’uomo. Insomma, una sorta di soprannaturale imposto da Dio all’uomo. Una gratuità obbligatoria.
 
Se fosse vero quanto sostiene Rahner – afferma Siri – si giungerebbe «all’inutilità dell’atto di fede», poiché «nella mia essenza c’è Dio». Non devo accettarlo o rifiutarlo: Dio fa già parte di me, che lo voglia o meno. Il teologo tedesco non si rese conto, evidentemente, che con tale assunto «tutti i principi, tutti i criteri e tutti i fondamenti della fede» sono stati «messi in questione e si sfaldano».
Ma il problema non è l’opinione di un teologo eterodosso. È dimostrabile che le suggestioni rahneriane abbiamo coinvolto e sovvertito gran parte della teologia degli ultimi sessant’anni. Rahner «sembra aver vinto», scrive Stefano Fontana nel suo ultimo saggio, dedicato al «teologo che ha insegnato» alla Chiesa «ad arrendersi al mondo». Non è un’esagerazione: «da un’inchiesta – scrive Fontana – condotta nell’immediato postconcilio alla Pontificia Università Lateranense emerse che per i seminaristi, che lì studiavano teologia, il più grande teologo cattolico di tutti i tempi fosse non San Tommaso d’Aquino o Sant’Agostino, ma Karl Rahner».
 
Un Dio atematico
Fontana descrive la parabola del pensiero rahneriano inserita fatalmente nel metodo moderno di fare filosofia e, quindi, teologia. È un metodo che Fontana aveva anche già esposto nel suo saggio precedente “Filosofia per tutti” (Fede & Cultura, 2016) e che consiste nell’assumere, di volta in volta, una certa forma del «trascendentale moderno»: il filosofo o il teologo della modernità, cioè, non concepisce più un rapporto diretto con la realtà da conoscere, ma pensa che «l’uomo veda il mondo attraverso degli occhiali dai quali non può liberarsi». Questi occhiali sono le forme a priori della conoscenza di un qualsiasi oggetto, che però lo modificano e lo limitano, rendendo impossibile ogni certezza o conclusione su di esso. L’oggetto della conoscenza diviene così, fosse un tavolo o Dio stesso, mai completamente comprensibile, mai conosciuto con sicurezza.
Rahner non fugge da questa prassi e da questa logica. Il paio di occhiali con cui legge ogni aspetto della realtà (Dio compreso) si chiama – scrive Fontana – «buco della serratura». Ogni pensatore della modernità ha, in fondo, un suo apriorismo gnoseologico. Quello di Rahner è tale per cui «Dio si rivela nel buio che precede e circonda il buco della serratura». Si rivela in modo atematico, cioè privo di contenuti. Quello al di là del buco, invece, è il mondo dell’esperienza, delle parole umane. Ma che rapporto possono avere quest’esperienza e queste parole con la verità? Un rapporto equivoco, fatto di dubbio e d’incertezza, perché ogni criterio di giudizio è colto al di qua della serratura, dove mi trovo io e si trova Dio, ma dove c’è solo silenzio e buio. È come misurare delle lunghezze con un metro deformato. Non si potrà mai pervenire all’estensione delle cose, per via di un difetto iniziale dovuto allo strumento di misura. Le cose corrispondono alla realtà oggettiva e lo strumento deformato sta nell’uomo, che è la realtà soggettiva.
Rahner trae queste convinzioni dall’apriorismo di Kant, ma è soprattutto in Heidegger che fonda la propria gnoseologia: precisamente nel principio – scrive Fontana – secondo cui «l’uomo, che si chiede cosa sia l’essere, è dentro il problema e quindi non c’è conoscenza di un oggetto che non sia anche soggettiva». Si tratta di una resa incondizionata all’opinione, al «punto di vista» personale. Se, inoltre, il soggetto è difettoso, lo diviene anche l’oggetto, il mondo, Dio, la mia esperienza nel mondo, la verità del mondo e di Dio.
 
Scompare la natura umana
Ben altri insegnamenti provengono dalla filosofia classica, dalla teologia cattolica e dal magistero della Chiesa. Da Platone a San Tommaso d’Aquino non si è mai insinuata la tentazione di dire che l’uomo non potesse accedere alla verità, seppure in modo imperfetto. Il trascendentale classico è ben diverso da quello moderno: è ricco di contenuti e di speranza nella capacità conoscitiva umana; pone il criterio del giudizio sul mondo oltre il cosmo; accetta l’aiuto di un Dio che si rivela e parla; non ha problemi d’individuare la reale vocazione della persona oltre la fisica, oltre il fenomeno, situando nella metafisica l’orizzonte umano proprio.
 
A ben vedere, l’errore di Rahner individuato da Siri – circa il soprannaturale legato alla natura umana – è forse l’ultimo da prendere in considerazione, poiché scomparsa la metafisica, scompaiono anche i contenuti relativi ai concetti di natura, di essenza e di sostanza. È ancora possibile concepire, nel pensiero rahneriano (o moderno in genere), una natura umana? Fontana dice di no: nella prospettiva del teologo tedesco «diventa difficile adoperare ancora il termine “natura”». Nella visione esistenzialista di Heidegger e di Rahner «l’uomo non ha natura» in quanto «è un essere storico». L’essere, nel tempo e nella storia, si fluidifica e ‘diviene’ senza sosta, laddove la natura classica poggia, al contrario, su una verità stabile. Con la caduta della natura, quindi, cade a ruota la legge naturale e qualsiasi discorso sulla soprannatura. Non ci sono due livelli in Rahenr (natura e soprannatura) – scrive Fontana – ma «un unico livello, quello della storia, che è insieme storia sacra e storia profana». Qua s’inserisce anche il pensiero di Hegel.
 
I cristiani anonimi
Inseguendo inoltre le suggestioni della teologia protestante novecentesca, il rahnerismo giunge così a prospettare una «deellenizzazione» del cristianesimo, laddove l’ellenizzazione era stato l’uso, da parte della teologia, delle categorie filosofiche greche. Non vi è più una dottrina con cui discernere il tempo presente e su cui organizzare una prassi. Viceversa, la prassi ha il primato assoluto e ogni conclusione (se mai ce ne fosse una) dovrebbe sempre seguire il divenire storico. Tutto allora è assorbito dallo storicismo: la dottrina, il dogma, l’insegnamento. Tutto diventa relativo ai tempi e ai costumi. Tutto è questionabile, interpretabile – continua Fontana. Tutto evolve: persino la Rivelazione, che si dà nell’immanenza della storia e non è mai da intendersi come conclusa.
 
In continuità con il protestantesimo, la fede viene privata delle categorie razionali e si pone, così, in antitesi con la ragione. Non solo: per il fatto di avere un accesso alla religione mediante il trascendentale a priori, tutti gli uomini sono accomunati nella Rivelazione, tutti sono equidistanti dalla verità. Non serve più una Chiesa che insegni e nemmeno un’opera di evangelizzazione. Secondo Rahner, tutti gli uomini – scrive Fontana – «sono cristiani, o cristiani-anonimi», ovvero «cristiani che non sanno di esserlo». Il compito del cristiano battezzato o del chierico non è più, dunque, quello di «governare, insegnare e santificare» qualcuno, ma quello di «ascoltare» e «accogliere» il non credente.
 
Il dogma non è più una parola definitiva
Se è ancora da verificare fino a che punto il rahnerismo abbia intaccato il tessuto della Chiesa, c’è l’evidenza di quanto le suggestioni delle nuove correnti teologiche siano coincidenti con il pensiero di Rahner. E una tale evidenza porta ad «affermare che tutte le teologie del progressismo teologico del postconcilio trovino in Karl Rahner il loro padre». C’è un unico comun denominatore dietro la priorità che molti vescovi danno all’azione pastorale, alla svalutazione del tomismo, al dialogo a tutti i costi, al primato dell’esperienza atematica, alla predilezione per il linguaggio del mondo, al concetto di concilio (o di sinodo) dove prevale l’azione del convenire sui contenuti effettivi degli incontri.
 
Fontana porta l’esempio del cardinale Walter Kasper, molto attivo all’ultimo Sinodo della famiglia, la cui formazione è del tutto rahneriana. Per Kasper, il moderno metodo teologico non deve più partire dai dogmi, ma deve anzi «vedere il dogma come intermedio tra la Parola di Dio e la situazione di vita della comunità cristiana». Non più un dogma «visto come qualcosa di definitivo», ma una pura espressione linguistica, che si deve piegare alla situazione reale della persona e alle mutate percezioni storiche.
La cosa che maggiormente colpisce in Ranher, tuttavia, è che «nei suoi confronti non è stata emessa nessuna condanna, nonostante i numerosi e fondamentali punti contrari alla dottrina cattolica». Giovanni XXIII lo chiamò al Concilio Vaticano II come perito. Qualcosa non torna.

Tratto da QUI

venerdì 31 marzo 2017

Filosofia per tutti



Con linguaggio semplice e chiaro, il prof. Stefano Fontana presenta 2.500 anni di pensiero occidentale in un agile volume. L'Autore legge i movimenti di pensiero che hanno segnato la storia della civiltà con criterio, il criterio della filosofia perenne, della filosofia dell'essere. L'Autore presuppone una Verità oggettiva, conoscibile e pensabile: allor ala filosofia non è più intesa come collezione di sistemi tra loro incomparabili, esiste anzi un criterio di giudizio per poter giudicare le 'filosofie' che è propriamente la capacità di cogliere la realtà.
La filosofia classica è riconosciuta nel suo sforzo conoscitivo e nel suo esito imperfetto ma positivo. Emerge centrale l'incontro con la Rivelazione cristiana. La grande Scolastica duecentesca svetta in perfezione. Molto acuta l'analisi della crisi del Nominalismo trecentesco ad oggi. Da apprezzare la valorizzazione di filosofi contemporanei ostracizzati per il  loro cattolicesimo anti-moderno quali Donoso Cortes, De Corte e Meinvielle. Si percepisce in molte pagine l'eredità ideale di Cornelio Fabro e Augusto Del Noce, dall'Autore letti ed assimilati. Non mancano valutazioni controcorrente relative al pensiero cattolico contemporaneo: puntuale, ad esempio, la critica a Maritain ed al Personalismo. Argomentatamente severo il giudizio su Rahner. Opera coraggiosa, schiettamente cattolica, ben scritta, adatta anche a chi sia digiuno di filosofia. (don Samuele Ceccotti -Radici Cristiane nr 120).
 
'FILOSOFIA PER TUTTI'
Stefano Fontana
Ed. Fede&Cultura

giovedì 24 novembre 2016

Lettere a un figlio sull'educazione

 
Diciotto lettere scritte da un padre, per parlare di educazione a un figlio che sta per mettere su famiglia. Tutto vero: le lettere, il padre, il figlio. Anzi: i nove figli, che in queste pagine ci hanno messo la vita. Anche la faccia, accettando di comparire in copertina. Nessuna teoria: soltanto realtà. In uno dei suoi tre romanzi, "Giusto", pubblicato nel 2006 e continuamente ristampato, Giovanni Donna d'Oldenico ha toccato il tema della paternità, dal punto di vista di un genitore di eccezione: san Giuseppe. Qui non parla del mestiere di padre; lo fa, scrivendo per trasmettere quanto sta imparando e vivendo; cioè quello che serve a un uomo per crescere e quanto serve per crescere un uomo. Perché uno è sempre figlio. Lettere indirizzate a un figlio, ma destinate a chiunque abbia a cuore l'educazione, in qualsiasi contesto; genitori per primi. Non accademia, né galateo o psicologia; nessuna ricetta pronta: solo gli ingredienti sui quali ciascun lettore lavorerà. Ogni lettera ha un tema, introdotto da un titolo: basta leggerli tutti per capire di che cosa si tratta. Soprattutto: di chi si tratta. IBS
 
Giovanni Donna D'Oldenico è un medico, sposato con Carmina e padre di nove figli. Vive con la famiglia a Torino. Sulla porta di casa Donna D’Oldenico si legge “DOMINICI SCHOLA SERVITII”, SCUOLA DI SERVIZIO DEL SIGNORE, una frase della regola di san Benedetto. Ma è una casa o un monastero? E' una casa dove il monastero vi ha preso dimora. Un monastero allegro e pimpante, dove un uomo, una donna e il resto della grande tribù, Piero, Anna, Carlotta, Filippo, Matteo, Giuseppe, Tommaso, Agnese e Maddalena, aprono le loro affaccendate giornate con la sveglia alle sei del mattino, la colazione, l’Angelus, e poi via, ciascuno al suo lavoro, preceduto per mamma e papà dalla Santa Messa. Altro momento fisso, per la grande famiglia, è la sera, quando si ritrova a recitare compieta (in latino), a leggere un articolo di giornale ed una pagina di storia della Chiesa.
 
Il figlio maggiore Piero è anch'egli medico.
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Ho appena ultimato la lettura di questo libro, scritto con la passione ed il cuore di un padre che si premura di fare al figlio, che sta per sposarsi, un grande regalo: la sua stessa vita, fatta di fede, di preghiera e di impegno.
Pagina dopo pagina, si legge anche tra le righe e con un certo fremito di commozione, come prenda forma il desiderio del padre di voler consegnare  se stesso nelle mani del figlio. Il lettore è come rapito nell'assistere al passaggio da una vita accolta ad una vita donata, un dono al quale ne corrisponde un altro di ugual valore e preziosità. Si dice che basti l'esempio e che non servano tante parole per mostrare agli altri la propria identità di cristiano fedele e devoto, ma qui è come se la fede viva di questo padre sia diventata ancor più incisiva, reale e concreta attraverso le parole che scaturiscono dal cuore; una pagina dopo l'altra, si realizza il mistero di ogni paternità, di un padre che, scoperta la presenza di Dio nella sua vita, capisce di non poter fare a meno di lodarlo, ringraziarlo, seguirlo e farlo conoscere. Le parole si fanno carne viva, la carne del padre che ha generato il figlio e che ora resta immortale nelle pagine di questo bel libro, perché a sua volta il figlio generi alla vita altra vita, tutto per la maggior gloria di Dio.



lunedì 4 luglio 2016

CONCEIVED IN LIBERTY



“CONCEIVED IN LIBERTY”
la contro-rivoluzione americana del 1776
autore Beniamino Di Martino

L’indipendenza delle colonie americane proclamata il 4 luglio 1776 è uno dei più grandi eventi della storia degli ultimi secoli. Esso rappresenta il perfezionamento della rottura tra la ricerca della libertà simboleggiata dall’approdo dei pellegrini del Mayflower sul Nuovo Mondo e il vortice ideologico a cui si auto-condannava il Vecchio Continente. I popoli delle colonie avevano, poi, potuto prosperare grazie al modo con cui la politica assolutista della madrepatria trascurò il controllo nei nuovi insediamenti: un “salutare oblio” da parte del governo che dimostra come lo sviluppo sia assicurato dall’intraprendenza individuale quando questa è libera dal gravame della politica. La resistenza a questo peso tirannico, manifestato dall’imposizione fiscale, è la cifra per intendere la forza che una società composta da uomini liberi è in grado di esprimere. Il rispetto per le libertà individuali e la difesa della proprietà privata, infatti, hanno contrassegnato, per l’America, un cammino di benessere e progresso, un cammino da cui l’Europa nel 1789 volle ulteriormente allontanarsi.   
 
 
"Gli Stati Uniti, illustra bene don Di Martino, furono l’effetto di una guerra d’indipendenza (una “guerra civile” all’interno dell’impero britannico) e non di una rivoluzione. Non ebbero nulla a che spartire con lo spirito giacobino che invece travolgerà la Francia. L’idea di governo che ne sorse fu agli antipodi dell’idea di Stato nata dalla Rivoluzione Francese. Se e quando i suoi dibattiti furono interessati dalla cultura illuministica, l’influenza fu più “d’ambiente” che d’ideologia (si è più figli del proprio tempo che dei propri padri, dice il pensatore cattolico colombiano Nicolás Gómez Dávila [1913-1994]).
Le sue dinamiche si svolsero certamente dentro il retaggio della rivoluzione protestante (e questo, nell’epoca coloniale, comportò anche la persecuzione di certi cattolici), ma ciò significa che furono anche una “guerra civile” fra protestanti (....)
 
"L’indipedenza dalla Gran Bretagna non fu lo scopo della rivolta dei coloni nordamericana, ma divenne il mezzo estremo concreto per ri-stabilire il primo principio non negoziabile: che la libertà è un diritto inalienabile dell’essere umano e tale perché conferito da Dio attraverso la creazione di una natura umana inalterabile (sono parole della Dichiarazione d’indipendenza del 1776), un diritto che precede qualsiasi costruzione o logica umana e che non è riducibile da alcun potere, Stato, forza.
È stato per effetto di questa nascita eccezionale che la Chiesa Cattolica è potuta diventare il sale della Terra americana. Il mondo nato dalla Rivoluzione Francese ha voluto invece affermare il contrario, facendo dell’uomo uno strumento fungibile dello Stato e del potere qualunque esso sia."
 
MARCO RESPINTI SU lanuovabq.it

martedì 21 aprile 2015

Dove lo sguardo trova quiete

La verità è composta dalla beltà e dall’amore. Dio, che è Verità, infatti è Bellezza perfetta, nonché Amore perfetto. La bellezza è una forma superiore di conoscenza umana, comunicazione più immediata e consapevolezza subitanea, rispetto alla conoscenza intellettiva, che per raggiungere determinati obiettivi deve attraversare tappe ed ostacoli. Disse Benedetto XVI, allora cardinale Joseph Ratzinger, cultore della bellezza: «La vera conoscenza è essere colpiti dal dardo della bellezza che ferisce l’uomo» (cfr. La bellezza. La Chiesa, LEV-Itaca, Roma-Castel Bolognese 2005, pp.11-26). Non per nulla la bellezza ti ruba e ti rapisce, liberandoti dalle catene dell’inquietudine.

Tutto il Creato è un inno alla bellezza: dal firmamento alle galassie, dal caldo sole alla bianca luna, dall’azzurro del cielo al blu delle onde marine, dalle vette imponenti e potenti delle montagne agli incanti del mondo sottomarino… E mentre la rotazione delle stagioni, nelle quali e fauna e flora si muovono, declama la bellezza del Creatore, l’unica creatura ribelle alla Verità e, dunque alla bellezza, è l’uomo, che esce con il suo libero arbitrio (il peccato) dai canoni dell’armonia, dell’ordine, del cosmo per entrare in quelli della bruttezza, del disordine, delle tenebre e del caos. Così le arti umane, mezzi che Dio ha donato per arricchire e riempire l’anima dell’uomo e che dovrebbero comunicare solo bellezza, nell’età contemporanea il più delle volte non raggiungono più tale scopo perché si sono filosoficamente corrotte, allontanandosi dalla Sorgente di ogni beltà.

Corrado Gnerre ha scritto un ottimo e piacevole saggio su tali tematiche, dal titolo: Dove lo sguardo trova quiete. La Bellezza come estetica del Vero e del Bene (Fede & Cultura, pp. 201, € 14,89), quinto volume della collana I libri del ritorno all’ordine, diretta da Gnocchi e Palmaro. L’autore, che aiuta il lettore a gustare ciò che è bello, risponde in maniera esaustiva alle domande «Cosa è la Bellezza? Può l’uomo farne a meno? Ha un rapporto con la Verità e il Bene o potrebbe trovare la propria ragion d’essere solo in se stessa?». La bellezza è nelle grandi opere d’arte, nelle note musicali come in quelle del vento o di un ruscello; essa è nelle parole, quando sono parole di Verità. I Santi hanno guardato alla Bellezza di Dio e la loro anima è guarita dal supplizio del vuoto e della solitudine interiore, permettendo loro di pregustare le bellezze del Paradiso.

La bellezza, come la Verità, non si piega a nessun relativismo: la musica di Bach è bella per se stessa, e ciò che segue i reali canoni della bellezza fa assurgere a Dio, perché la bellezza non solo si fa guardare e ascoltare, ma si fa contemplare, perché essa è manifestazione del Signore. Ci sono espressioni artistiche che sono vere e proprie strade verso l’Onnipotente, Bellezza sublime e suprema, «anzi sono un aiuto a crescere nel rapporto con Lui, nella preghiera», affermò Benedetto XVI. «Si tratta delle opere che nascono dalla fede e che esprimono la fede. Un esempio lo possiamo avere quando visitiamo una cattedrale gotica: siamo rapiti dalle linee verticali che si stagliano verso il cielo e attirano in alto il nostro sguardo e il nostro spirito, mentre, in pari tempo ci sentiamo piccoli, eppure desiderosi di pienezza… O quando entriamo in una chiesa romanica: siamo invitati in modo spontaneo al raccoglimento e alla preghiera. Percepiamo che in questi splendidi edifici è come racchiusa la fede di generazioni. Oppure, quando ascoltiamo un brano di musica sacra che fa vibrare le corde del nostro cuore, il nostro animo viene come dilatato ed è aiutato a rivolgersi a Dio. Mi torna in mente un concerto di musica di Johann Sebastian Bach, a Monaco di Baviera, diretto da Leonard Bernstein. Al termine dell’ultimo brano, una delle Cantate, sentii, non per ragionamento, ma nel profondo del cuore, che ciò che avevo ascoltato mi aveva trasmesso verità, verità del sommo compositore, e mi spingeva a ringraziare Dio» (p. 116).

Al poeta francese Paul Claudel, nel 1886 a Parigi, gli bastò entrare in Notre Dame e ascoltare il canto del Magnificat durante la Santa Messa di Natale per convertirsi al Cattolicesimo… non fece nessun ragionamento: a lui, avvezzo al linguaggio profondo della lirica, fu sufficiente incontrare, in quel meraviglioso contesto, la Bellezza di Dio e di Sua Madre.

Una recensione di Cristina Siccardi tratta da http://www.corrispondenzaromana.it/la-verita-e-bellezza-in-un-libro-di-corrado-gnerre/